Il 25 settembre, sul tavolo della bocciofila, c’erano i libri contabili aperti. Accanto sedevano l’avvocato e il commercialista. Davanti, 31 soci. «Per una società di bocce sono tanti», dice Paolo Bettacchioli, «c’è chi non viene mai, per l’età o perché non gli piace discutere». Quella sera hanno votato tutti la stessa cosa: chiudere.
Sei mesi prima avevano festeggiato i cinquant’anni. Oggi Bettacchioli è l’ultimo presidente della Società bocciofila di Città di Castello e, per legge, anche il liquidatore. Lo abbiamo incontrato a In Primo Piano. Non ha usato giri di parole.
Paolo, io uso un termine forte: vi hanno costretti a chiudere.
Diciamo che qualche avvisaglia c’era già a marzo, quando abbiamo festeggiato. Ma la decisione è arrivata quando la politica, che poteva darci una mano, ha chiuso la porta. Noi avevamo un’idea semplice: due debolezze fanno una forza. Noi e Cerbara insieme, una società nuova, magari anche con un nome nuovo. Con gli anni si invecchia, è inutile nasconderlo. Diventa difficile trovare chi ti dà il cambio, in dirigenza e sui campi.
E il Comune?
Ci ha messi attorno a un tavolo in Palazzo, noi e Cerbara. E lì si è fermato. Bastava dire una cosa: l’impianto di Cerbara è comunale ed è l’unico che resterà in tutta l’Alta Valle del Tevere, quindi o state insieme o niente. Invece il sindaco continua a parlare di due società che convivono nello stesso impianto. Ma come si fa a dividersi quattro campi?
Com’è stata quella sera dell’assemblea?
Pesante, inutile dirlo. Abbiamo fatto vedere ai soci tutti i conti, voce per voce, perché siamo sempre stati trasparenti. Quello che resta lo devolveremo, probabilmente a qualche associazione. E la cosa che fa più rabbia è che quest’anno siamo andati bene. Le squadre di categoria C hanno giocato bene, abbiamo vinto qualche trofeo e preso diversi secondi e terzi posti.
Anni fa si parlava di un bocciodromo nuovo.
Lo avevamo anche messo su carta e portato a Bacchetta, quando era sindaco. Un impianto come lo chiede la federazione non è solo campi. Servono le gradinate, i servizi, un bar, altrimenti non si regge. Si parlava di 600, 800 mila euro. Non si sono trovati. Poi è arrivato il Covid, e lì ci hanno messo una pietra sopra.
Raccontami della sede.
Il Comune aveva dato l’impianto in gestione alla proprietà Brugnoni per novant’anni. Noi ne abbiamo fatti cinquanta, ne restavano quaranta. Quei quaranta il Comune li ha venduti alla famiglia Brugnoni per 165 mila euro. Sono soldi a bilancio, chiunque può controllare. Secondi aveva detto che potevano servire per una nuova bocciofila. Si era pensato a un pallone con quattro campi, come per il tennis. Ma abbiamo fatto due conti e non bastavano. D’inverno lo devi scaldare, d’estate dentro si muore. E dopo dieci anni è da rifare.
Negli ultimi quindici anni l’assessore allo sport l’ha sempre indicato il Partito Socialista. Gli ultimi cinque anni Riccardo Carletti. Quante volte l’avete visto?
Poche. Due, tre volte in cinque anni. Veniva alla premiazione, arrivava la mattina, faceva la foto e andava via. Una volta è passato anche a “Sbocciamo in amicizia”. Noi facevamo almeno tre eventi l’anno. Io la penso così: se ti prendi un impegno lo porti avanti. Per lo sport non l’ha fatto, e non parlo solo di noi.
Torniamo al 2021. Elezioni. Il telefono squillava?
Squillava, sì. Alcuni amici della bocciofila mi hanno convinto a candidarmi, “per il bene della società”. Io sono democristiano, lo sai, e mi sono messo da indipendente con i socialisti. Poi gli amici sono spariti: chi aveva la sorella in lista, chi il cugino. Ho fatto qualche santino e poco altro. Mi hanno messo anche in una chat, ed ero il più critico di tutti. A un certo punto ne hanno aperta una nuova e io non c’ero più. Dopo il voto il telefono non ha più suonato. Non ci ho perso niente.
E adesso che avete chiuso, la politica si è fatta sentire?
Niente. Ho parlato con i giornali, con le televisioni, e nessuno mi ha chiamato. Neanche per strada qualcuno che mi dicesse “hai fatto bene” o “hai sbagliato”. La gente comune invece mi ha fermato in tanti, anche sui social. Perché la bocciofila era soprattutto un posto dove stare insieme. Lo sport veniva dopo”.

